sabato, aprile 19, 2008

Intervista di Giuseppe Scano allo scrittore Francesco Saverio Alessio coautore con il giornalista Emiliano Morrone del libro La società sparente

Intervista allo scrittore Francesco Saverio Alessio coautore con il giornalista Emiliano Morrone del libro La società sparente, prefazione di Gianni Vattimo, Neftasia Editore, Pesaro 2007


San Giovanni in Fiore 16 dicembre 2007

Grazie infinite a Giuseppe Scano, ad e a tutto il world wide web!
Chiedo umilmente scusa per il ritardo con il quale ho risposto. Nelle ultime settimane ho dovuto affrontare e risolvere molti seri problemi di "pressione ambientale".
Francesco Saverio Alessio
http://www.lasocietasparente.blogspot.com - florense.it - emigrati.it - emigrati.org - lavocedifiore.org/SPIP - ndrangheta.it - mediazioneculturale.it - oxford-teaching.com - cultura-mediterranea.blogspot.com -



[...] E incrociando ancora le dimensioni tormentate della Calabria mi impegno ad inaugurare - o a restaurare - idee, fantasie, pratiche che forse a nulla e a nessuno serviranno, ma che mi sottraggono al fascino immemore dell’agnosia e infrangono un silenzio intollerabile.


Chiosa del saggio di Salvatore Inglese "L’inquieta alleanza fra psicopatologia ed antropologia (ricordi e riflessioni da un’esperienza sul campo)", tratto da I fogli di Oriss, n° 1, 1993 poi in edizione tascabile, Pubblisfera, San Giovanni in Fiore 1995 - Il saggio tenta di descrivere il senso pluriverso di un itinerario conoscitivo costruito sulla pratica assistenziale svolta dal dott. Inglese in qualità di direttore del Centro di salute mentale per il territorio di San Giovanni in Fiore (allora U.S.L. 13 poi U.S.S.L. 5 - Regione Calabria) dal 1982 al 1992. Il vertice di osservazione del saggio del dott. Inglese è quello della clinica psichiatrica, ovvero il punto in cui l’individuo versa in uno stato di sofferenza radicale.

1) Il motivo che vi ha spinto a mettere per iscritto la situazione della vostra terra?

Innanzitutto l’impulso a reagire e ribellarsi alla solitudine e alla paura prodotte dal silenzio assordante dell’omertà che costringe le persone a richiudersi in se stesse o a fuggire! Quest’impulso prende le mosse dalla consapevolezza della propria identità culturale, politica, spirituale, un’identità conquistata a dispetto di persecuzioni e di disagi di ogni tipo. Qui parliamo di un’autonomia conquistata con forza e determinazione in un ambiente dove non si conosce la libertà, di una volontà perseguita con costanza d’uscita dallo stato di minorità nonostante le obbligate emigrazioni, reali e virtuali, i successivi ritorni, le nuove partenze.

C’è anche il bisogno di risolvere, almeno in parte, quella curiosità inarrestabile, tipica di colui che cerca (nella letteratura tedesca Hermann Hesse scrive: der suchende), indirizzata sia all’analisi del se, che dell’altro, che dell’ambiente. Questa analisi avviata da anni, da me e da Emiliano Morrone, con un lavoro, che direttamente o indirettamente, ha visto coinvolte non solo le nostre energie ma anche quelle di altre persone, fra gli altri Gianni Vattimo, Alfonso Maurizio Iacono, Giacomo Marramao, Derrick de Kerckhove, Michele Borrelli, Marisa Maida Caracciolo, Alan Gregg, Francesca Caputo, Angela Napoli, Claudio Pirillo, Carmelo Dotolo, don Battista Cimino, Mauro Piola, Alfredo Fedrico, Michele Lacava, Pasquale Biafora, Mauro Francesco Minervino, Federico La Sala, Alberto Martinengo, Santiago Zabala. Un infinito Grazie! Per la loro disponibilità, attenzione e competenza, molte iniziative internazionali da noi avviate come emigrati.it, campagna, iniziata nel 2003, di informazione e formazione web sull’emigrazione italiana, come il I ed il II Festival internazionale della filosofia in Sila, o come il Laboratorio di produzione culturale la Voce di Fiore, la collaborazione con la rivista Topologik, la collaborazione con la Scuola di lingue straniere Oxford Teaching, la collaborazione con l’Istituto Superiore Calabrese di Politiche Internazionali, hanno avuto esiti e sviluppi positivi nel processo di emancipazione ed internazionalizzazione della Calabria, e nella presa di coscienza di molti cittadini ed emigrati sullo stato delle cose e dell’essere nella nostra terra. Un’altro motivo è la convinzione, anzi la fede, sia per me che per Emiliano Morrone, nell’efficacia del dialogo, nell’efficacia dell’azione positiva che segue una strategia volta alla realizzazione della pace nel mondo e del benessere di tutta l’umanità. L’emancipazione della società e il miglioramento dell’ambiente sono legati indissolubilmente alla propria rivoluzione personale; rivoluzione che si esplica anche attraverso la chiara denuncia di malefatte e malfattori. Quell’atteggiamento nella fede volta alla creazione di valore per l’umanità, un atteggiamento volitivo e storicizzato nelle azioni quotidiane che ritroviamo sia nella filosofia buddista di Nichiren Daishonin (1222/1282) nel XIII secolo in Giappone, sia, pochi decenni prima, nel messaggio cristiano dell’utopia della giustizia di Gioacchino da Fiore (1130/1202), evocato da Gianni Vattimo nella sua particolarissima interpretazione dell’escatologia florense: [...] dell’utopia della giustizia di Gioacchino da Fiore mi ha sempre affascinato l’apertura a una possibilità.

Quando l’ambiente ti opprime richiudersi in se stessi o fuggire non rimuoverà la causa dell’oppressione; è molto meglio reagire inseguendo un’utopia. Se noi ci fossimo sottomessi nel linguaggio e nei modi già anni fà, non credo avremmo avuto molta gioia di vivere. Non credo avremmo goduto - anche senza problemi di lavoro e con un cospicuo conto in banca, frutto della nostra cessione ad altri del nostro diritto di espressione e della nostra autonomia - delle desolate lande dello spirito rappresentate in Calabria dalla tetra cultura politico-ndranghetistica.
Sotto la luce accecante e spietata del Sud, la classe dei corrotti, la nuova aristocrazia imperiale glocalabrese, per arricchirsi indebitamente continua a produrre la trasformazione di beni e fondi pubblici, in beni e fondi del malaffare. Molti fondi pubblici sottratti, grazie a tutto un sistema di scambi e convivenze fra politici ed esponenti delle famiglie della ’ndrangheta, servono al finanziamento del traffico internazionale degli stupefacenti, delle armi, dei rifiuti tossici, a favorire manovre di riciclaggio e di esportazione di capitale. Tutto questo SISTEMA intrecciato fra la Calabria, Roma ed il mondo intero, dai paesi dell’Est al Medio Oriente, dall’Africa alla Colombia, da San Marino alla Svizzera, da politica, massoneria, ’ndrangheta, servizi segreti, magistratura omologata e vari infiltrati in posti chiave dello Stato permea in modo capillare ogni forma di economia ed ha come fine, e, contemporaneamente come punto di partenza, il controllo assoluto del voto, il controllo della libera espressione, persino il controllo del privato dei cittadini calabresi. Questo modo di condurre la cosa pubblica inesorabilmente si sta estendendo a tutto il Paese, è per questo che tutti gli italiani dovrebbero intervenire nel dibattito riguardante la Calabria.

Da questa pressione da quarto potere sgorgano comunque numerosi i tragici appelli e le denunce di parlamentari e membri della Commissione nazionale antimafia, di magistrati, di giornalisti, di associazioni e liberi cittadini, di tutta la società civile, riguardo ad episodi e accadimenti segnati dalla mancanza assoluta del rispetto della Costituzione. Tutto questo è ipocritamente ed omertosamente misconosciuto dai rappresentanti nazionali dei partiti di destra, di sinistra e di centro (?) poichè molti di questi signori, con il controlllo matematico e mafioso dei voti al Sud si assicurano le loro poltrone a Roma da dove favoriscono gli affari del potere economico a discapito della popolazione.
Fra gli infiniti risultati negativi di un tale andamento della gestione politica ed amministrativa si manifestano: un’impoverimento generale della Calabria e del Paese, un’emigrazione inarrestabile con conseguente spreco di risorse umane, e poi: solitudine, psicopatologie, disperazione, infelicità, morte.

Noi crediamo che il nostro libro possa essere da stimolo a chi ha l’urlo di rabbia nello stomaco ma non riesce a tirarlo fuori, bloccato dal tappo del silenzio e dell’omertà ambientale. Un’urlo indirizzato positivamente, strategicamente misurato, articolato in parole comprensibili a tutti gli altri, e che, con dinamiche partecipative di iniziativa popolare e democratica, possa ribaltare una situazione che è ormai diventata una tirannia di superiore ed eterna investitura divina. Da parte di una classe politica così corrotta e compromessa direttamente con la ’ndrangheta, i calabresi subiscono una vasta messe di minacce, abusi, ricatti e ingiustizie. Il principale rammarico è la consapevolezza delle nostre antichissime e preziosissime origini, nel sangue e nella storia, nei segni somatici e in quelli artistici, nell’architettura e nella letteratura; la consapevolezza che il nostro pensiero si è sviluppato grazie all’influenza della presenza di Pitagora, di Gioacchino da Fiore, di Tommaso Campanella, Bernardino Telesio, Mattia Preti, dei segni della cultura greca, bizantina, di quella araba, di quella normanna. Quando leggo la descrizione del tempio dorico offerta da Martin Heidegger, dove addirittura il grande pensatore tedesco formula l’ipotesi che sia l’immobilità e l’assoluta astrazione del tempio a dar vita al frangersi dei flutti, allo scorrere delle nuvole, al soffio dei venti, persino alla luce del sole e della luna, visualizzo immediatamente i ruderi del Santuario di Hera Lacinia a Capo Colonna, Crotone, e immagino Heidegger con lo sguardo indirizzato verso lo stesso luogo, i suoi occhi traguardando attraverso un’infinita lontananza il lembo di terra più orientale della Magna Grecia".

Noi crediamo, io ed Emiliano Morrone, insieme agli emigrati presenti nel dibattito e nel dialogo favorito da Internet, insieme alla rete globale della quale facciamo parte, che sia possibile rimuovere il cancro di quella massoneria che cuce e ricuce i rapporti fra politica, ’ndrangheta e servizi segreti, soprattutto attraverso la conformazione di una cultura della consapevolezza della propria identità ed autonomia esplicata come contributo nello sviluppo del progresso sociale.


Cultura civica e della legalità, consapevolezza della necessità del rispetto delle libertà costituzionali abitualmente calpestate in Calabria, cultura volta al riformarsi di un’identità culturale del calabrese, identità oggi disintegrata da una politica indecente di distruzione dei segni tradizionali che ci rappresentano, di assistenzialismo ad oltranza e di costrizione alla fuga di massa.


C’è l’impellente e definitivo bisogno di sostituire nella ierofania del Calabrese la proiezione di quello che si può definire "il mito della terza figura". Come è scritto nella nota n. 1 a pag. 31 de La società sparente: Caratteristica principale di tale forma di pensiero è la convinzione diffusa della necessità di un mediatore per la risoluzione di qualsiasi pratica, lecita o illecita. Il ricorso a una terza figura, in Calabria, può spiegarsi con l’assoluta dipendenza dalla politica, nonostante l’art. 51, comma 2, della legge 142/1990 abbia separato, nel governo della cosa pubblica, "poteri di indirizzo e gestione amministrativa".
Un popolo senza memoria non può decidere il proprio destino. Parte del nostro lavoro è teso verso la costruzione di un’identità da difendere e da far rispettare in contrapposizione al mito del grigio accondiscendente omertoso anonimato complice di tutte le rovine calabresi.


I libri spesso obbligano a riflettere. Li si posa sul comodino, sulla scrivania, sulla mensola del bagno, li si legge, spesso li si rilegge, ci si ricorda di loro, di quella porzione di interpretazione della realtà umana che ci hanno trasmesso. I libri, in quest’epoca di consumo delle notizie e di naturalizzazione della corruzione politica e del dominio mafioso delle coscienze, documentano, descrivono, illustrano, illuminano, emozionano, compongono la storia. I libri offrono l’apertura a una possibilità.


G.S.: avete ricevuto pressioni o minacce durante la pubblicazione oppure solo dopo ?


Personalmente fui già minacciato nel 1978, quando ero redattore e disegnatore di GNIKS. Allora le minacce si esplicarono in forti pressioni sui familiari, non solo miei, ma di tutti i redattori, in minacce di querele, e in alcune altre minacce sottili, tipicamente mafiose. GNIKS era un mensile ciclostilato si satira, politica w cultura diretto prima da Antonio Citrigno, giornalista di Cosenza, e poi, dopo le minacce, come nuovo GNIKS, da Paolo Cinanni, autore tra altri libri di Emigrazione e imperialismo, Editori Riuniti, Roma 1968, 1971, 1975, fra le fonti più influenti nell’analisi dell’emigrazione calabrese operata con il nostro libro.


Cinanni, politico e uomo di cultura calabrese nato a Gerace il 25 gennaio 1916 e morto a Roma il 18 aprile del 1988, ebbe permaestro, a Torinonegli anni trenta, Cesare Pavese e per compagni Ludovico Geymonat, Leone Ginzburg, Luigi Capriolo, Elvira Pajetta, Giovanni Barale.


Cinanni protesse con forza la libera espressione delle persone che scrivevano per nuovo GNIKS al punto di non voler leggere le bozze ma solo il mensile stampato e già in edicola: dimostrando la massima fiducia verso un gruppo di giovani tutto sommato molto attivi e rivoluzionari, e si parla della fine degli anni settanta, cioè dell’epoca degli "anni di piombo".
Questo per dire che, a parte vari problemi insorti sin dall’inizio e poi amplificatisi per tutto il corso della collaborazione con Emiliano Morrone iniziata nell’autunno 2003 - problemi che hanno assunto la forma della desertificazione delle possibilità lavorative, di intralci burocratici di ogni tipo, di cause perse con sentenze assurde, di minacce di morte, di maldicenze e dicerie che conducono all’isolamento - avevo già un’antica esperienza delle strategie usate dalla politica, in simbiosi con il potere economico e mafioso, al fine di ottenere l’omologazione del pensiero ed il dominio delle coscienze in Calabria.

Allora la risolsi con la fuga di dieci anni a Napoli, in un altro luogo segnato comunque dalla presenza della camorra, o del sistema, come si chiama da quelle parti. L’attuale esperienza con Emiliano Morrone è più entusiasmante, perchè a differenza di allora non sono rimasto solo, poi per la diversa coscienza che in trent’anni ho avuto il tempo di cristallizzare e proteggere con determinazione, e per l’approccio meno individualistico di allora che ho con l’arte, con la letteratura, con le persone. Dopo l’uscita del libro si stanno moltiplicando le forme e i modi delle pressioni, a volte in modo molto fantasioso, comunque di puro stampo mafioso. Nel dispregio più assoluto della Costituzione Repubblicana stiamo subendo una gravissima, totale e continuata violazione della libertà d’espressione e del diritto alla riservatezza sul privato: vignette offensive, minacce scritte e verbali, pressioni su librai e giornalai, su gestori di sale pubbliche, su dirigenti scolastici e amministrativi, richieste di sequestro del libro, pressioni su amici, su conoscenti, su sconosciuti, e poi silenzio! Silenzio riguardo a quello che stiamo vivendo da parte delle istituzioni, della rai e della tv regionale e in parte della stampa (locale). Sull’altro piatto della bilancia la solidarietà e l’appoggio del Comitato pro-De Magistris, di Ammazzateci Tutti, Giovanni e Aldo Pecora, Rete per la Calabria, Angela Napoli, Calabrialibre, Giorgio Durante, Francesco Precenzano, Gens, Rosanna Scopelliti, Sonia Alfano, Salvatore Borsellino, Gianni Vattimo, Marco Travaglio, Franco Abruzzo, Nazione Indiana, del tuo blog, caro Giuseppe Scano, di un’infinità di giornalisti e di siti web e di altri blog, le interviste radio di GR 2, Radio News 24, Rainn, della gente comune che per strada, qui a San Giovanni in Fiore dove fra una presentazione del libro e l’altra a volte risiedo, mi ferma e mi ringrazia con emozione per avergli fornito le parole che non ha o che non è abituata ad esprimere. 3) se foste ministro dell’interno o della giustizia qual’è la cosa più urgente che fareste per tagliare i tentacoli della mafia? Una riforma sostanziale della Giustizia, con come punti principali: la riduzione dei tempi di svolgimento dei tre gradi di giudizio con un aumento del numero di magistrati, di tribunali e delle procure; l’estensione a dieci anni, per alcuni reati, in particolare di quelli legati all’amministrazione pubblica, del periodo dopo il quale tali reati vadano in prescrizione. Già con queste due operazioni sui tempi della Giustizia molti di questi intelligentoni come li chiamo io, o furbetti, come li chiama Marco Travaglio, non si sentirebbero più assolutamente impuniti come si sentono oggi. Poi, cultura della legalità in tutte le scuole di ogni ordine e grado; controllo rigoroso dei concorsi pubblici; cancellazione delle norme sul controllo politico della magistratura; abolizione della normativa che genera precariato e lavoro nero; leggi che portino al finanziamento di progetti per l’imprenditoria giovanile solo in base alla loro effettiva capacità produttiva; cessazione dell’assistenza a fondo perduto; introduzione di regole che impediscano l’aggiudicazione di appalti a imprese della mafia; assoluta liberalizzazione di tutti i tipi di droga, per sottrarne il mercato alla criminalità ed ai suoi complici nello Stato, per avere una misura effettiva della loro diffusione, per un controllo più ampio ed umano delle tossicodipendenze, inoltre regioni come la Calabria potrebbero svilupparsi economicamente ed emanciparsi producendo canapa, sia italiana che indiana, e tutti i loro derivati, come del resto in altri Paesi dell’Europa già accade; proibizione della candidatura a politici collusi o sospetti; re-distribuzione delle risorse economiche attraverso il sequestro di beni e patrimoni dei mafiosi e ancora tramite la riduzione immediata ad un quarto degli attuali costi della politica e l’eliminazione retroattiva delle pensioni di tutti i politici di tutte le taglie e di tutti i tempi. Non si può avere come oggi un’Italia divisa in ricchissimi e poverissimi, in casta degli intoccabili e ciandala, non c’è nessuna possibilità di emancipazione in una società di questo tipo. Spesso è una vergogna per me essere italiano; dopo l’esperienza del fascismo, quella degli "anni di piombo" e poi quella di tangentopoli avremmo dovuto imparare qualcosa in più sulla democrazia, ma a quanto dimostrano i fatti concreti non è così, viviamo in una dittatura dell’informazione e dell’economia e quasi nessuno dei cittadini si ribella, quasi nessuno ha il coraggio di uscire dal suo stato di minorità e di dipendenza per conquistarsi l’autonomia.

7) il vostro libro che è sulla scia di “Gomorra” di Roberto Saviano, un’indagine a tutto campo sul binomio politica-’ndrangheta, una denuncia nominativa, diretta e spietata che parte dalla descrizione di logiche clientelari e anomale operazioni elettorali anche a San Giovanni in Fiore da più fastidio perchè tenete vivo il lavoro di De Magistris o perchè riporta anche se con le dovute distinzioni deontologiche quelle che sono voci?

L’origine del libro risale a quasi cinque anni fà, all’avvio della collaborazione fra me ed Emiliano Morrone, con i siti emigrati.it, emigrati.org, lavocedifiore.org, con attività culturali di vario tipo sul territorio e con l’avvio del movimento politico "Vattimo per la città"; con il nostro libro si cerca di individuare un metodo di risoluzione del problema dell’espansione del potere della criminalità organizzata ormai quasi completamente istituzionalizzata, e anche se questo metodo può essere definito utopico, al contrario indica una pratica, cioèla disciplinanelrispetto di se stessi e degli altri, che è l’unico metodo per opporsi alla paura ed al terrore imposti al cittadino dalla ’ndrangheta, dalla politica privatizzata, dalla massoneria che le collega. In qualche modo c’è un’affinità con il libro di Saviano, e anche con le indagini di pm come Luigi De Magistris, Pier Paolo Bruni, Luigi Gratteri,che analogamente a Saviano dimostrano come la criminalità organizzata, in Calabria, in Campania, in Sicilia, non si interessa solo del traffico internazionale di stupefacenti, ma è interessata in particolar modo ad un uso privato del potere pubblico, volto a derubare le casse impinguate di soldi dell’Unione Europea per le aree depresse. La malavita è entrata in ogni angolo dell’economia. Naturalmente, loro, i massoni, politici e ’ndraghetosi, uomini di stato e uomini di chiesa, devono essereliberi di fare quello che vogliono ed è per questo che hanno bisogno di un popolo sbandato, semidisperso, privo di identità e di qualsiasi capacità aggregativa, di qualsiasi spinta imprenditoriale o creativa o poetica. Tutto questo si può combattere solo con la cultura. Cultura del sociale, del bello, del dialogo e del confronto, della preziosità delle diversità, della comune missione al miglioramento di se stessi e della società. Quindi credo che il nostro libro dia fastidio per una infinità di motivi diversi. La cosa più fastidiosa per gli ipocriti ed i corrotti resta sempre e comunque la verità, e, a giudicare dalle ripercussioni che ha provocato, evidentemente, il nostro libro dice il vero.

8) secondo voi la forma più efficace per parlare di mafia anzi mafie è quella del saggio o quella letteraria?

Secondo me non c’è una forma più efficace di un’altra se il fine che ci si propone è chiaro e l’espressione avvincente, si tratta di modalità e di forme diverse di linguaggio, di utilizzo della parola. L’importante è comunque usare le parole, magari insieme ad altre forme espressive, per arricchire i punti di vista ed così incrementare le possibilità di risoluzione del problema. Il nostro libro indica che la parola ed il discorso hanno più forza di un urlo incontrollato nello spezzare il silenzio, in quanto laparola,ildiscorso,sonocomprensibilia moltimentre l’urlo non è comprensibile a tutti. Tra l’altro il testo ha diversi piani di lettura. Da un lato è un saggio politico, da un altro è quasi una ricerca sul campo di tipo antropologico, poi è un’inchiesta durata anni, ma è anche un’autobiografia di Francesco Saverio Alessio e di Emiliano Morrone, una descrizione vagamente poetica delle nostre battaglie per l’emancipazione della Calabria e del nostro amore per una terra completamente abbandonata alla barbarie.

9) come vedete le spinte di legalità provenienti da zone ad alta densità mafiosa come la Calabria? come mai non avviene lo stesso fenomeno in Sicilia?

La Sicilia ha dei gruppi ben organizzati e delle singole personalità molto attive nel campo della lotta alla criminalità organizzata insinuatasi nella politica attraverso la massoneria. Uno su tutti: Salvatore Borsellino. In Calabria, Aldo Pecora e "Ammazzateci tutti" hanno avuto anche una grande capacità di aggregazione ad altri movimenti, e una particolare abilità nella comunicazione e nella promozione delle manifestazioni e delle petizioni popolari. Da un po di tempo lottano contro strumentalizzazioni politiche e contro pressioni come ad esempio quelle di Giuseppe Bova, presidente del Consiglio regionale della Calabria, che ha operato tentativi di isolare in particolare Aldo Pecora. Per fortuna Aldo ha stoffa, coraggio ed intelligenza da vendere, e coinvolgendo anche altri riesce a tenere vivo il dibattito su molte problematiche provocate dal malaffare calabrese. Noi dobbiamo molto anche a loro.

10) qualcosa d’aggiungere o da rettificare o approfondire

Qualche riga sull’emigrazione e sull’Opera di Paolo Cinanni,importanteautore,direttoreresponsabiledinuovoGNIKSche ho ricordato scrivendo più sopra riguardo la libertà di espressione e di stampa. Alcune scuole di pensiero, soprattutto contemporanee, vedono l’emigrazione come un necessario rimedio alla scarsità di risorse e come soluzione al male di una popolazione in eccesso. In definitiva come un effetto della povertà delle zone di partenza, quindi come risultato naturale del sottosviluppo. Con Emigrazione e imperialismo, Cinanni rigetta e confuta questa teoria, sostenendo e argomentando al contrario che invece è l’emigrazione il principale fattore di sottosviluppo. Questa tesi è supportata da scuole di pensiero anche diverse dal marxismo. Infatti, prima di Cinanni, sin dal secolo scorso, altri economisti avevano verificato come i maggiori tassi di sviluppo e di incremento del reddito si erano registrati in quei Paesi dove l’immigrazione di uomini già pronti al lavoro veniva sistematicamente accolta e incoraggiata. In questo libro, del 1968, nell’ambito degli studi riguardanti i fenomeni migratori, nei quali erano coinvolti (ancora oggi lo sono) milioni di persone dal Meridione verso il Nord, apparve per la prima volta la tematica del risarcimento in denaro agli emigrati. La stessa tesi è utilizzata, anche oggi, da Nicola Zitara, teorico del separatismo del Sud e sostenitore di una proposta di legge di iniziativa popolare sul diritto alla restituzione dei costi storici dell’emigrazione e la creazione di un grande banco meridionale. La tesi sostenuta da Cinanni e da Zitara è in sintesi questa: generalmente un essere umano impiega dai sedici ai diciotto anni per raggiungere l’età nella quale è pronto, anche legalmente, a fornire prestazioni lavorative. Impiegherà molti più anni se, prima di lavorare, deve percorrere una fase di studi universitari. Dal momento della nascita e fino al momento del primo guadagno, il giovane viene mantenuto dalla famiglia, dalla collettività di appartenenza (Comune, Provincia, Regione) e dallo Stato nazionale attraverso i servizi pubblici, scuola, sanità etc. La collettività che accoglie l’immigrato risparmia questi costi e riceve gratis una persona che è dotata della piena capacità di produrre ricchezza e valore nei vari settori, quindi l’immigrazione è un regalo che i paesi poveri fanno ai paesi ricchi. L’osservazione secondo cui sarà il giovane lavoratore, una volta occupato e pagato, a rifarsi dei costi sostenuti dalla sua famiglia e dalla collettività di origine, costituisce un luogo comune completamente falso. La formazione di un giovane è un costo netto e originario. La cosa è tanto vera che oggi la natalità meridionale - tradizionalmente molto elevata - è scesa sotto lo zero, in quanto il costo di allevamento dei figli supera le possibilità economiche dei potenziali genitori e dell’aggregato produttivo del Sud. In effetti, l’emigrazione senza ritorni economici in termini di rimesse, come quella contemporanea verso le città del Nord, dove un salario o uno stipendio sono appena sufficienti a sopravvivere, equivale a una castrazione economica. Le famiglie, dopo aver anticipato le risorse umane ed economiche occorrenti per dare muscoli, educazione e formazione al giovane, tra l’altro consumando per la maggior parte prodotti del Nord, con un’ulteriore perdita economica del territorio di appartenenza, non recuperano, nè in termini di produzione generale (Pil locale), nè in termini fiscali, i costi anticipati.

Una testimonianza sul campo sulla problematica del silenzio, dalla lettera ai colleghi del dott. Luigi De Magistris: http://toghe.blogspot.com/2007/10/luigi-de-magistris-lettera-ai-colleghi.html [...] A un certo punto, però, ho avvertito che stesse accadendo qualcosa di irreparabile e ho deciso di far comprendere che cosa stesse accadendo, non a Stoccolma, ma in Calabria.

Questa voglia di "rompere" il silenzio, oggi, nelle liste, è, però, dettata dal cuore, dalla volontà di ringraziare tutti i colleghi che mi hanno scritto, anche privatamente, delle parole molto belle. Ho provato delle emozioni enormi e forti, che mi rendono felice e mi appagano di tutte le sofferenze di questi anni. Farei torto a molti se citassi qualcuno, ma mi limito, nel ringraziare tutti quelli che mi hanno dimostrato affetto, a citare il documento della giunta dell’A.N.M. di Napoli, le missive dei colleghi che sono stati miei uditori, le mail di colleghi con i quali abbiamo anche avuto percorsi culturali molto differenti e anche "scontri".

Evidentemente si è compresa la "posta in gioco" e il "mio caso": sì sono divenuto un caso, che strano, e forse si è intuito che, nonostante tutto, non sono poi così "macroscopicamente inadeguato". Credo, infatti, di cercare di esercitare le funzioni con onestà, abnegazione, sacrificio e umiltà avendo nel cuore e nella mente la Costituzione Repubblicana in primo luogo. Incompatibile con un certo ambiente (anche giudiziario) forse sì, ma non con questa terra dalla quale non potrò mai più "staccarmi" atteso l’amore che tantissimi calabresi mi stanno manifestando.

Grazie.

Luigi

Francesco Saverio Alessio (Florense) nelle terre di Gomorra

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venerdì, aprile 18, 2008

In Calabria, aspettando il terremoto


In Calabria, aspettando il terremoto
Scritto da Ilario Lombardo
mercoledì 02 aprile 2008


La sala consigliare è già piena quando Rina, 45 anni, arrabbiata come poche, alza il piede per far vedere il taglio: «’U vidi! Chistu mu facii tirand ’nu cauciu allu vitru da Regiune, quannu ’amo ’iuti». Dal tono delle urla sembra lei la capopopolo di un’orda venuta a reclamare il pane. La folla riempie tutto lo spazio al di là delle inferriate che la dividono da assessori, consiglieri e sindacati disposti a ferro di cavallo. Il sindaco Antonio Nicoletti, primo mandato, giunta di sinistra, ha convocato un consiglio straordinario per discutere del problema che è all’ordine del giorno ormai da troppi anni: l’assistenza sociale, croce e delizia di un grande e spopolato centro della Sila cosentina, San Giovanni in Fiore. Sono in quattrocento. Pretendono ancora i 480 euro stanziati per un corso di formazione per operai idraulico-forestali mai iniziato e finanziati con vari fondi regionali e ministeriali per cui, al tempo, era intervenuto personalmente l’allora Ministro dell’Agricoltura Gianni Alemanno. Una faccenda delicata che nessuna parte politica vuole lasciare al migliore imbonitore dell’altra, anche perché il 13 aprile incombe e, come ogni anno, e per ogni elezione, la questione si rinnova e il calcolo elettorale in cui da queste parti sono maestri non può prescindere dai «favori» fatti a quelli che qui si preferisce chiamare disoccupati assistiti.

In consiglio ogni partito recita il proprio rituale rosario politico. Dall’altra parte dell’inferriata, invece, Rina è scatenata, e dietro di lei comincia il tumulto di urla, imprecazioni, insulti: «’A stess canzun da diec ann». La maggioranza di centrosinistra – divisa – accenna addirittura a discorsi di politica nazionale, ma, ci risiamo: «nun c’ne futta i Veltron o Berluscon». Sembra la presa della Bastiglia. «Questo non è niente, c’è stato di molto peggio», assicura uno dei due carabinieri fissi vicino al banco del sindaco, mentre il presidente del consiglio decide di sospendere e rinviare la seduta. Alla fine l’avrà vinta la folla, altri fondi stanziati per il 2008, circa nove milioni di euro da consumare entro il 31 dicembre. Poi si ricomincerà daccapo e sempre a ridosso di nuove elezioni: che siano europee, nazionali, regionali o comunali non ha importanza.


Tra abbrutimenti edilizi, San Giovanni in Fiore – il paese sopra i 1.000 metri più popoloso d’Europa, amano dire – è raccolto, arroccato tra le montagne della Sila, come in una spirale attorno all’Abbazia Florense, fondata nel 1189 dal «calavrese abate Gioacchino di spirito profetico dotato» di dantesca memoria: da lì partì il suo messaggio millenarista in attesa di quella terza Età, dello Spirito Santo, che avrebbe riempito di grazia l’umanità. I grandi viadotti da Cosenza a Crotone immergono lo sguardo in un manto di pini larici, color vinaccia e maculato di chiazze verde scuro. Più si sale più i colori diventano vividi e uniformi, e il freddo si fa pungente. La primavera qui non arriva prima della fine di aprile, come testimonia la neve superstite dai giorni precedenti. Fuori, tra gli alberi, fiancheggiano la strada le piccole rotaie della ferrovia, un tempo l’unico modo per arrivare nei boschi della Sila, mentre fermo e immortale lo scheletro arrugginito di un vagone sembra uscito dai western ambientati nelle fredde regioni delle Montagne Rocciose. Abbandonato in una stramba solitudine annuncia un tempo che fu: prima delle macchine, dell’asfalto, dei turisti accampati, della pesca delle trote a pagamento.

A San Giovanni in Fiore i sussidi e l’assistenza sono una cultura, parte di un’antropologia sociale della miseria e di una radicata mentalità che sembra non riuscire a farne a meno, tanto che, già quattro anni fa, un famoso giornale della sera aveva scritto di come una rivolta, un assedio e il conseguente sfascio del comune avessero portato ad assunzioni in massa e all’iscrizione nei registri di altri elenchi di mantenuti. Ogni volta la stessa storia: si promette, si promette, si promette. E poi però si deve mantenere e assicurare così il posto che ti aveva assicurato il voto. Tutto qui il teorema calabrese. Assistenzialismo+clientelarismo+mafia. I disoccupati diventano allora l’arma da ricatto di una strategia politica soffocata dalla mancanza di imprenditoria e di progetti di produttività, mortificata da ricorsi storici e da automatismi amministrativi deviati e conniventi con la criminalità. Un tessuto sociale sconnesso preda degli interessi famelici dei politici, pronti al momento giusto a tirare la giacchetta a chi muore di fame.



San Giovanni in Fiore è il paese con più assistiti d’Italia (prima, dal 1998, il Reddito minimo d’inserimento per 1.278 persone in una città di 18.242 abitanti, poi, il cosiddetto ex Fondo sollievo dalla disoccupazione per più di 634, seimila circa gli iscritti nelle liste di disoccupazione all’Ufficio di collocamento, centinaia i lavoratori socialmente utili e più di quattromila i pensionati). È anche

uno dei paesi con il più alto tasso di emigrazione. Ma, soprattutto, è un bacino di voti fondamentale per il territorio cosentino e per la Calabria: è, infatti, una delle roccaforti della sinistra, con vittorie che raccontano anche di un 80 per cento di consensi. Il Pci, il Pds, i Diesse e ora il Pd, senza dimenticare i socialisti, sempre forti a Cosenza. Nelle tavole di queste case arrampicate le une alle altre, davanti al vino pastoso del luogo, si sono decisi gli equilibri di potere degli ultimi venti anni. Si sono fatti e disfatti politici e onorevoli, come Franco Laratta, ex Popolari della Margherita, ex assessore della Sanità nella giunta comunale, eletto alla Camera nel 2006, e quarto della lista del Pd calabrese per le prossime elezioni, o Agostino Acri, ex sindaco sangiovannese e ex presidente, di certo amato, della Provincia cosentina, coinvolto nell’inchiesta «Why not» per presunte tangenti che pare si facesse allungare da alcuni suoi collaboratori. E poi c’è lui, Gerardo Mario Oliverio, detto ‘u lupu: il padrone incontrastato di San Giovanni in Fiore, dove ogni sera torna da Cosenza. È l’attuale presidente della Provincia, già deputato per quattro legislature e, naturalmente, ex sindaco della cittadina. C’è chi racconta di come una delle prime decisioni prese appena eletto fu riconvertire una piscina del paese mai completata in un palazzetto dello sport, operazione da 1, 6 milioni di euro. L’aggiudicazione della gara d’appalto fu rapidissima: andò alla Ls Costruzioni di Casal di Principe, Campania, la città del clan dei Casalesi, che poi subappaltò il tutto a un’impresa edile di San Giovanni in Fiore, che, tra l’altro, si chiama Oliverio. La società campana, però, ha un capitale sociale di soli diecimila euro.

Non si muove cosa intorno all’Abbazia che Oliverio non voglia, come avrà capito anche Dario Franceschini, salito a metà marzo quassù, proprio nel paese natio di ‘u lupu per ricucire i rapporti – si dice – non più così buoni per i troppi politici calabresi coinvolti dalla magistratura. Tutti sanno infatti del veto che il leader del Pd Walter Veltroni ha messo, da una parte, sulla nomenklatura cosentina, in particolare sul tandem Mario Oliverio-Nicola Adamo e, dall’altra, su tutta la schiera di allegri trasformisti che sono il codazzo di Agazio Loiero e del suo Partito democratico meridionale (Pdm) : Mario Pirillo, Beniamino Donnici… Il presidente della Regione Loiero, nato qui vicino, a Santa Severina, piccolo borgo innevato dove Mario Camerini girò Il brigante Musolino e Renato Castellano Il brigante, aveva provato addirittura a presentarsi da solo con il suo personalissimo e potente cartello Pdm alle politiche, capolista Salvatore Audia, anche lui di San Giovanni in Fiore: un tentativo, fallito, di ricattare i democratici e convincerli a inserire nelle liste un suo uomo, Pirillo, assessore regionale all’agricoltura e forestazione, coinvolto in «Why not».

Sul caminetto, in vista, una cartolina de La società sparente è vicino a un santino di Gesù benedicente. Al ristorante Da Saverio, vicino l’Abbazia, c’è un’atmosfera di casa. «Il nostro paese è un punto di osservazione su quello che è stata ed è diventata la Calabria, di un sistema che ha le sue regole, i suoi processi e i suoi rituali». Emiliano Morrone, 32 anni, giornalista, cerca di raccontare tutto, con una memoria che ha dell’incredibile e con un’intensità che sembra dettata da un’urgenza che non ha più tempo. È uno degli autori, assieme a Francesco Saverio Alessio, de La società sparente (Neftasia editore, 2007), accurata indagine sul binomio politica-’ndrangheta. «La ‘Ndrangheta, con la n maiuscola, si pensa sia solo quella delle stragi, come la mafia quella mitica dei corleonesi che mette le bombe. Qui, invece, ogni cosa è permeata di mafia: è il potere che ha scollato i cittadini dallo Stato. La mafia è nella politica, in Calabria: nella compravendita dei voti, nel silenzio imposto, negli appalti scriteriati, nello sfruttamento personalistico dei fondi europei. È qui, in questo paese, in queste montagne. È nella sanità, dove ci sono i parenti dei boss, è nelle liste presentate per le elezioni politiche dove ci sono persone indagate o rinviate a giudizio per favoreggiamento e associazione mafiosa». I capelli come Caparezza raccolti sulla fronte da una fascia, un fare antico e una gentilezza di altri tempi, Morrone, come Alessio, ha ricevuto delle minacce per quello che è stato scritto.

Il libro è solo l’ultima tappa di un lavoro critico incessante, un impegno che da queste parti assume sempre i contorni di una missione. È lui che convince Gianni Vattimo, giunto in Sila per un convegno su Gioacchino, a presentarsi alle elezioni comunali del 2005, in uno degli episodi più originali delle ultime ammorbate campagne elettorali italiane. Il filosofo torinese di origine calabra, come si sa, non vinse, indicò provocatoriamente di votare Forza Italia al secondo turno, fece il consigliere per qualche mese della lista «Vattimo per la città» e poi si dimise, con tanti saluti alle montagne e a quei preti che dal pulpito puntavano l’indice contro l’incarnazione di Satana venuta dal plumbeo nord.

Ciò che fece innamorare il teorico del pensiero debole di questa avventura fu, tra l’altro, la vivacità intellettuale di Morrone e degli amici e quella capacità di cogliere la potenzialità rivoluzionaria che internet poteva avere in una regione del silenzio come la Calabria. Basta digitare su Google parole come ‘ndrangheta, sanità calabrese, why not, De Magistris, Agazio Loiero, Nicola Adamo, Mario Oliverio: i primi risultati sono i siti dei bloggers calabresi, La Voce di fiore di Morrone, Ammazzateci tutti di Aldo Pecora e dei ragazzi di Locri e Emigrati.it di Alessio. Da loro è partita la rete di protesta che è diventata la cintura mediatica delle famose inchieste che assieme alla strage di Duisburg e agli strascichi dell’omicidio di Francesco Fortugno hanno puntato l’attenzione sulla regione.

Morrone sa che i rapporti tra politica e ‘ndrangheta non si possono capire se non si vive qui ogni giorno, nelle pieghe nascoste di quella che non è più una società civile. Affari, risentimenti locali, voto clientelare. Appalti favoriti, amicizie non proprio raccomandabili, debiti da estinguere. In ognidove calabrese questa è la normalità, anche ostentata nel silenzio di chi non può che aspettare il suo turno. Per conformarsi o per partire.

L’emigrazione rimane l’altra emergenza a cui l’abitudine deve rassegnarsi. D’inverno, dei diciottomila abitanti rimangono a San Giovanni in Fiore in meno di novemila mentre settemila sono gli iscritti nel registro dei residenti all’estero. «Da noi l’emigrazione è tutto. È una necessità, è strumento politico e di organizzazione urbanistica: è ingegneria sociale e insieme un viatico per la devastante speculazione edilizia.» Alessio ha studiato architettura, fino a quando ha scoperto la potenza del web e, convinto sostenitore del binomio connettività-collettività formulato dal sociologo dei media Derrick De Kerckhove, ha messo su uno dei siti più importanti degli emigrati italiani.

Nell’altopiano silano l’ovale del volto delle poche donne che si incontrano per strada è tracciato da rughe fossili: ognuna ha un passo deciso, la busta della spesa tra le mani e una piccola borsetta stretta all’altro braccio. Ci sono i bambini e i ragazzi che escono dai licei e dagli istituti tecnici lontani, costruiti in un nulla di roccia con alle spalle il verde silano. La cosa che colpisce di più è l’assenza di uomini e donne tra i venti e i quarant’anni, una generazione scomparsa, fuggita. Gli unici sono immigrati polacchi e marocchini, venuti a trovare speranza proprio dove chi la cerca fugge.

E qui sta l’idea forte de La società sparente: «all’emigrazione fa seguito lo sviluppo organizzativo ed economico della criminalità». Morrone ne è sicuro: «La droga è aumentata, come gli omicidi e le sparizioni. Ci vogliono far credere che da noi non c’è ‘ndrangheta, ma come si fanno a spiegare i cadaveri trovati con una pallottola in testa e carbonizzati dentro le macchine». Quello di Antonio Silletta, arrestato qualche anno fa in un’operazione antidroga come intermediario, è stato ritrovato nel 2006, dopo lunghe ricerche e contatti con Chi l’ha visto?.

«A San Giovanni in Fiore ci sono undici carabinieri per un territorio complessivo di 279 chilometriquadrati (quasi un sesto, per intenderci, dell’area metropolitana milanese). Tutta la Sila è poco monitorata: ottima per mantenere delle zone franche controllate dai clan, per fare scalo nei traffici internazionali di cocaina e per il riciclaggio di denaro sporco. Solo dentro il paesiello ci sono più di venti autosaloni, soprattutto di macchine tedesche. E anche qui qualche dubbio…»

E ancora: nella montagna di Gimmella vicino San Giovanni in Fiore prima dell’arresto è stato nascosto a lungo, e ben protetto secondo Morrone, il boss crotonese Guerino Iona, parente stretto dello Iona, Francesco, che il Pdl ha inserito ultimo nella lista del Senato.


San Giovanni in Fiore è sempre stato generoso con la politica e non solo con la classe dirigente italiana: da qui partirono i nonni di Joe Manchin, l’attuale governatore democratico del West Virginia, che ha firmato un patto di gemellaggio con la Calabria. Ma è stato anche un paese dannato. Nella piazza vuota davanti l’Abbazia la leggenda vuole che la mamma dei fratelli Bandiera, traditi e catturati proprio qui nel 1844, abbia maledetto, con il latte del seno come veleno, tutti gli abitanti. E proprio sangiovannesi erano la maggior parte dei 956 morti nella più grande tragedia mineraria degli Stati Uniti, a Monongah nel 1907.

In Calabria onorevoli si rimane per tutta la vita. Gli equilibri si decidono sulla base della spartizione dei fondi europei, 7 miliardi in arrivo per il 2007-2013, degni di un trasversalismo politico che coinvolge tutti. Qui il voto di scambio è così naturale che è diventato anche il nome di un talkshow politico dell’emittente locale TelespazioTv.

«La grande scommessa di Veltroni è riuscire ad allontanare a poco a poco gli impresentabili come Adamo, Loiero e compagnia bella. Questo è un rischio, perché potremo perdere il mare di voti che quei politici si portano dietro: spostano così tanti voti da stabilire chi vince». Antonio Candalise è l’assessore del Pd alla Sanità e alle Politiche sociali di San Giovanni in Fiore, ha preso il posto di Franco Laratta, partito per Montecitorio. Sembra la faccia pulita della tipica disillusione calabrese. «Per noi la cosa positiva di questa legge elettorale è che, paradossalmente, essendo le liste bloccate e fatte a Roma, si evitano le infiltrazioni di gente compromessa. È una sfida, perché abbiamo messo uomini e donne che, soprattutto nel cosentino, non portano voti di clientela, anzi». Alla Camera, per esempio, capolista è il potente Domenico Minniti detto Marco, braccio destro di D’Alema, seguito da Rosa Villecco Calipari e Maria Grazia Laganà Fortugno: «Ecco una cosa che non mi è piaciuta in tipico stile Walter, il voler fare la lista delle vedove».

Una cosa però sembra certa, il clan dei diesse cosentini, l’altra metà del potere in Calabria, non è mai stato così maltrattato come nella formazione delle ultime liste. «Hanno forzato troppo la mano, hanno arraffato tutto con un’avidità incredibile»: è ai fedelissimi di Loiero che si riferisce Candalise, soprattutto a Nicola Adamo, l’ex segretario regionale Ds, l’ex vicepresidente della Regione, il più votato a sinistra. Adamo è il politico che, assieme alla moglie Vincenza Bruno Bossio, ha la maggiore collezione di avvisi di garanzia per truffa sul flusso di sovvenzioni europee: a settembre 2006, abuso d’ufficio e associazione a delinquere per ipotetici finanziamenti pilotati a favore delle molte aziende amministrate dalla moglie, con cui si sono accaparrati il settore dello sviluppo tecnologico e telematico. Poi nel giugno 2007 il nome compare in «Why Not»: una teste parla di mazzette e di conti correnti cointestati con i suoi collaboratori. E per non farsi mancare nulla, è anche tra gli indagati dal tribunale di Paola per alcuni affari relativi allo sfruttamento dell’energia eolica. Adamo è anche l’autore di un maxiemendamento del maggio 2007 con il quale le aziende sanitarie locali (Asl) sono state ridotte da undici a cinque e trasformate in Aziende sanitarie provinciali (Asp). Ha soppresso inoltre le agenzie Arssa e Afor, le cui competenze nella gestione del personale per lo sviluppo agricolo e per la forestazione sono passate alla Provincia. Questo significa che Cosenza, già provincia con il territorio più grande d’Italia, ma senza aeroporto, assume più poteri nella sanità (con quello che comporta in termini di nomine, di dirigenza, di assunzioni) e nel lavoro: quindi nella compravendita dei voti.

Il presidente Oliverio lo sa bene: viene da San Giovanni in Fiore, ‘u lupu, là dove i disoccupati in attesa di promesse sono la merce di scambio in ogni elezione. «Lui qui comanda tutto. Ed è qui che la sinistra ha sempre vinto, roccaforte per tanti anni, assieme all’Alto Jonio, di Adamo e di Oliverio». Candalise guarda fuori tra i pini che nel vento mescolano l’odore di cenere al rumore come di un mare tempesta: «Un terremoto. Come in Basilicata. Ci vorrebbe un terremoto, per ripartire daccapo».

Pubblicato da Il Diario


Francesco Saverio Alessio (Florense) nelle terre di Gomorra

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